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  • mercoledì 16 maggio 2012

    QUATTRO PRATICHE DI BASE DELLO YOGA DEL SOGNO











    Prima pratica: Riconoscere la natura onirica della vita.

    Da svegli, ci si esercita a riconoscere la natura onirica della vita, finchè lo stesso riconoscimento non comincia a manifestarsi anche in sogno. Qualsiasi cosa sperimentiamo, di notte e di giorno, è frutto delle proiezioni della nostra mente, a loro volta influenzate dalle tracce karmiche: questa pratica tenta infatti di cambiare le nostre reazioni abituali tramite la consapevolezza della non-realtà intrinseca a tutta l’esperienza. Non si tratta di limitarsi a pensare di tanto in tanto al fatto che tutto, anche noi stessi, sia un sogno, poichè non c’è efficacia nella vuota ripetizione di una frase; al contrario la sensazione deve essere vissuta attraverso i sensi e l’immaginazione.

    Seconda pratica: eliminare l’attaccamento e l’avversione. Laddove la prima pratica agisce nel momento dell’incontro della coscienza con i fenomeni, prima che ci sia una reazione, la seconda agisce quando la reazione è sorta.
    Dirigi la coscienza lucida verso le reazioni emotivamente in ombra, che sorgono in risposta agli elementi dell’esperienza. Nel momento in cui ci rendiamo conto di sperimentare una reazione emotiva incontrollata e dannosa, come la rabbia, dobbiamo cercare di percepirla irreale, onirica. Il segnale di riuscita è anche qui un cambiamento di coscienza: la stretta emotiva, che sembrava inevitabile, si allenta e il rapporto con la situazione subisce un mutamento. Con questo metodo i tibetani abbandonano l’attaccamento e l’avversione, tuttavia Tenzin Wangyal precisa che “é di poco beneficio reprimere i propri desideri, poiché si trasformerebbero in conflitti interiori e in condanne e intolleranze esteriori.” “E tentare di sfuggire al proprio dolore attraverso la distrazione o irrigidendosi nel corpo, per soffocare l’esperienza, ostacola lo sviluppo spirituale”.

     Terza pratica: rafforzare l’intenzione. Prima di coricarsi la sera, si lasciano affiorare alla memoria i ricordi del giorno, riconoscendo come un sogno tutto quello che viene in mente. I ricordi più chiari sono anche quelli che hanno più possibilità di influenzare i sogni; è perciò necessario comprendere la natura onirica dell'esperienza, come se i ricordi fossero anch'essi dei sogni, e sentire il cambiamento che avviene.
    Poi si sviluppa una forte determinazione a riconoscere i sogni nella notte per quello che sono, formulando il più possibile l'intenzione di essere coscienti in modo diretto e vivido del fatto che si sta sognando. L'intenzione è come una freccia che indica alla coscienza la strada da seguire. I tibetani indicano il concetto di “generare un'intenzione” con un'espressione che significa “inviare un desiderio”; infatti essi pregano i buddha e le divinità affinchè forniscano il loro aiuto.

    Quarta pratica: coltivare il ricordo. Quest'ultima preparazione si fonde con la prima, rendendo la pratica dello yoga del sogno  un processo pressoché ininterrotto. Appena svegli si tenta di ricordare rivedendo la notte. I sogni andrebbero registrati in un diario, per abituarsi a considerarli importanti e ricordare il maggior numero di particolari. Si rafforza l'intenzione di avere sogni sempre più consapevoli e di rimanere costanti nella pratica. Si può pregare rivolgendosi alla figura di un maestro o di una divinità. La preghiera in sé è considerata come dotata di potere ed energia, un potere magico che tutti possiedono. 


    Tutte le quattro preparazioni sono solo l'inizio dell'esperienza ... sono la base di partenza e lo strumento principale per operare cambiamenti effettivi nella coscienza. La costanza e la regolarità assicurano il successo, anche se alcune persone impiegano anni prima di raggiungere lo stadio di effettiva lucidità.

    L’utilità dei sogni lucidi, secondo i tibetani, giunge solo quando si è capaci di applicare la consapevolezza lucida negli stati post-mortem del chonyid bardo e del sipa bardo. Il sonno sarebbe davvero una piccola morte, una sorta di addestramento giornaliero al definitivo abbandono del corpo. Mantenendo la consapevolezza sull’illusorietà delle percezioni, l’uomo addestrato può raggiungere la suprema illuminazione nel momento in cui il suo spirito abbandona il corpo.

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